FEBBRAIO 012

I mercoledì di Bartleby

Non c'è tempo per morire

         Settimana di aperture 
                 straordinarie

Workshop #Networkpolitics

      10 Dic -  ore 16:00
            @Bartleby

Tre anni di Bartleby

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Raccogliamo qui brevemente un elenco dei principali eventi che Bartleby ha organizzato nel corso del 2010/2011 in Via San Petronio Vecchio, di alcune delle persone che lo hanno attraversato e dei progetti che in questi anni di attività qui sono nati e si sono sviluppati.

Dire di no a Bartleby è dire di no a tutto ciò.

Bartleby non ha tempo per morire

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Hanno detto che Bartleby deve morire.
Ma Bartleby non può, non ha tempo per farlo. Bartleby ha tre anni di vita ed è nel pieno della sua attività.
Bartleby è la sottrazione come gesto creativo, nella catastrofe sociale che ci apparecchiano davanti afferma: “O Autonomia o Feudalesimo!”
Mentre vassalli e valvassori di ogni risma si affannano nel goffo tentativo di apparire fichi, con convegni illustrissimi un tanto al kilo, Bartleby giorno per giorno, insieme a tanti e tante, dal basso prova a produrre saperi e a mettere in gioco le proprie competenze per offrire alla città decine e decine di eventi gratuiti. Perchè la cultura troppo spesso viene relegata alla sua dimensione evenemenziale senza alcuna attenzione ai processi e alle relazioni, che hanno bisogno invece di tempi dilatatati e spazi adeguati.
Il calendario delle aperture di Bartleby degli ultimi mesi era già denso di appuntamenti importanti. Ma, a fronte degli arzigogoli lessicali con i quali il Comune e l’Università di Bologna continuano a evitare di fatto l’apertura di una trattativa che possa garantire a quest’esperienza collettiva uno spazio nel quale proseguire i suoi progetti, per la prossima settimana di dicembre Bartleby ha deciso di fare la ruota da pavone: siamo qua, dovevamo resistere, contrattacchiamo.
Bartleby non ha proprio voglia di morire ora.


Bartleby     

Wu Ming - «Bartleby deve morire!»

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da www.wumingfoundation.com


Capitano cose strane di questi tempi. Anche stranissime.
A Bologna c’è un collettivo di studenti, ricercatori, giovani lavoratori precari, che si chiama “Bartleby” (da un celebre racconto di Herman Melville) e da due anni organizza iniziative culturali nei locali assegnatigli dall’Università di Bologna, in via San Petronio Vecchio. Da qualche tempo l’assegnazione è scaduta e l’ateneo ha deciso di non rinnovarla, poiché pare che in quegli stessi locali dovranno essere eseguiti lavori strutturali per ampliare gli spazi della Facoltà di Scienze Politiche. L’ateneo non intende offrire alternative al collettivo Bartleby: probabilmente non ritiene interessante né utile l’attività che svolge.
Ecco la prima stranezza.

Lettera a Bartleby di Lidia Curti

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Pochi giorni fa abbiamo ricevuto una lettera di Lidia Curti, in merito alla situazione di Bartleby e alle prese di posizione dell'Ateneo Bolognese.

Riteniamo questo contributo molto importante, tanto più che proviene da chi insegna in Università e si rende conto di quanto un progetto come Bartleby possa essere prezioso per l'Università stessa.

Elettra Stamboulis - Preferirei di no

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“Preferirei di no”: questa è la risposta che Bartleby lo scrivano dà al suo principale. Nel racconto di Melville il personaggio del copista rimane irrimediabilmente sconcertante per chi guarda le cose con gli occhiali della “normalità”: eppure, in tutto il racconto è lui il personaggio con il quale ci sentiamo più vicini, per il quale proviamo empatia.

“Preferirei di no”, questa è la prima frase che mi viene da dire al signor Merola, sindaco di Bologna, che non vuole trovare una soluzione per i “cattivi” dello spazio occupato “Bartleby” di Bologna. Non vorrei neanche elencare le numerose ragioni per le quali “preferirei di no”. Mi sembrano talmente visibili, esplicite, come lo erano probabilmente per lo scrivano di Melville; ma forse non tutti le vedono e le percepiscono con la stessa chiarezza, sicuramente non il signor Merola e i suoi sostenitori in Municipio, che trattano la cosa come se fosse una nota in classe, una questione che riguarda ragazzini impertinenti.

Vanni Santoni - Lettera a Merola

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Salve, 
sono Vanni Santoni, scrittore (Gli interessi in comune, Feltrinelli; Se fossi fuoco arderei Firenze, Laterza). Mi capita spesso di girare l'Italia per presentare i miei libri o intervenire a convegni letterari, e devo dire che di tutte le trasferte che ho fatto, una di quelle che ricordo con maggior piacere, per la generosa accoglienza, la qualità dell'organizzazione e l'interesse e la partecipazione del pubblico, è stata quella che mi ha visto parlare di scrittura collettiva insieme a Gregorio Magini e Wu Ming 2 al Bartleby di Bologna. 

Appare evidente a chiunque pratichi attività quali pensiero e osservazione come il Bartleby sia un vero e proprio fiore all'occhiello della cultura bolognese, che meriterebbe non precarietà ma premi – insomma, per farla breve: sbatterlo fuori sarebbe una mossa stolta, che solo danni farebbe alla città e all'Italia.


Con i migliori auguri di buon lavoro,
V.S.

Scrivo per lo scrivano...

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di Antonio Del Vecchio


Ho letto su facebook una nota molto bella e subito dopo l'appello che i Wu Ming hanno scritto in difesa di Bartleby. E anche io ho deciso di prendere carta e penna, o meglio mani e tastiera del computer, per scrivere qualche riga, sperando che altri facciano altrettanto.

Saranno righe di parte – ovviamente – perché l'esperienza di Bartleby l'ho attraversata fin dall'inizio, e perché – pur non facendo parte attiva del collettivo – sono sempre stato un compagno di strada molto partecipe, amico di vecchia o nuova data di molte delle persone che ne fanno parte (che in qualche caso conoscevo da prima e in mille altri ho conosciuto lì). Mille volte mi sono trovato a sostenerne le posizioni in infinite discussioni con chi mi capitava, mille altre volte ho discusso con chi ne fa parte e mille ancora sono stato contagiato dalle loro idee e dal loro modo di fare politica, dunque in qualche modo glielo devo.

Altre Velocità - Bartleby e la cultura, a Bologna

 
Sottoscriviamo gli appelli che sono in questi giorni giunti a difesa del lavoro del collettivo Bartleby, di cui condividiamo intenti e spunti di riflessione (in particolare quello firmato dal collettivo Wu Ming e quello della direttrice del festival ravennate Komikazen, Elettra Stamboulis). Dal nostro particolare punto di vista, Bartleby rappresenta uno spazio "fluido" in cui far circolare un'aria necessaria alla vita culturale della città. In questi ultimi anni abbiamo avvertito il risorgere di un certo fermento sotterraneo. Festival, rassegne, luoghi per spettacoli e per concerti sono stati al centro di un rinnovato desiderio di cultura, usando questa parola nell'accezione più ampia. Senza scendere nel merito di riflessioni articolate (per quelle rimandiamo agli interventi sopra linkati), ci sembra evidente come il lavoro di un nucleo allargato di persone quale è Bartleby abbia creato uno spazio in cui al centro è stata messa la discussione, il confronto, l'incontro: parole senza le quali la stessa idea di cultura non avrebbe senso. Bartleby lo ha fatto dichiarando una chiara prospettiva di azione culturale, sociale e politica, con la quale si può essere o no in accordo. Ma è proprio dalla dialettica del conflitto che possiamo recuperare un'idea di cultura e di democrazia.
Una città come Bologna dovrebbe prendere atto di un fatto semplice: la cultura ha bisogno di spazi multiformi, aperti all'indeterminato (e non per questo senza un progetto!), spazi che mettano in connessione percorsi, idee, artisti, senza incollare etichette o rivendicare confini territoriali. Bartleby è uno di questi, e deve continuare a esserlo.
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