Da Barcellona alla #globalrevolution
L'Hub Meeting di Barcellona è stato per noi un incontro molto importante. Non capita spesso l'occasione di essere costretti a uscire dagli schemi che siamo portati ad adottare nella quotidianità. Si tratta d'altronde di una difficoltà che vediamo espressa proprio nelle cronache politiche di questi giorni. Di fronte al crollo del sistema politico ed economico, l'opposizione a Berlusconi si fa assolutamente bipartisan: da Vendola alla Lega, con la configurazione di alleanze tra il ridicolo e il grottesco, tanto che tre giorni fa si ventilava l'unione di Di Pietro con Vendola e Casini. Ciò che i partiti riescono a esprimere è solo questo: No Berlusconi, Berlusconi Vattene, #silviodimettiti.
Con più o meno eleganza i diversi partiti si ritrovano uniti nel non esprimere un pensiero che vada oltre a questa situazione di blocco berlusconiano.
Possiamo dire senza neanche troppa retorica che al mondo c'è molto più di questo e andare all'Hub metting ci è servito come controprova.
Prima di tutto abbiamo conosciuto un'eterogeneità di esperienze che difficilmente si possono racchiudere in un'unica testimonianza. Basti dire che la tre giorni si è chiusa con il racconto dei ragazzi tunisini di come i diversi partiti, dopo la cacciata di Ben Alì, abbiano tradito la rivoluzione mettendo in piedi un referendum fasullo. Una democrazia simulata che esprime il tentativo di sedare le masse dando l'illusione che sia con una X su un foglietto che è possibile cambiare le sorti di un paese. Già si sa che contro questo tentativo si sta per scatenare la rabbia di migliaia di persone. Per casualità la data del referendum è il 14 ottobre, quindi è molto probabile che il picco della protesta sarà toccato in quei giorni, proprio a cavallo della manifestazione internazionale del 15 ottobre.
D'altro canto l'apertura del meeting era stata ben diversa, anche se ugualmente sorprendente: tra i primi a parlare abbiamo ascoltato alcune persone venute dall'Islanda, ossia dal paese della rivoluzione taciuta, che nessun media italiano ha ripreso. E' possibile, ci dicevano, noi l'abbiamo fatto. Abbiamo sostituito i nostri politici salvo poi renderci conto che i sostituti diventavano uguali ai sostituiti. Abbiamo ottenuto una bancarotta di stato, rifiutandoci di pagare il debito e, testuali parole, "il giorno dopo non successe nulla, eravamo ancora vivi".
Sentire parlare due realtà così diverse dalla nostra di temi che anche noi trattiamo come la crisi della rappresentanza e di diritto alla bancarotta è qualcosa che ci ha spinto a raccontare gli incontri a cui abbiamo preso parte e scrivere questo articolo.
Tutto ciò è avvenuto fra mille contraddizioni, sia chiaro, non è nostra intenzione fare un mito delle esperienze straniere, né siamo troppo propensi all'esterofilia. La complessità dei dibattiti emerge guardando alla situazione di una città come Barcellona.
Già durante le acampadas avevamo avuto la sensazione che il capolouogo catalano fosse una delle più complesse, probabilmente la più avanzata di tutte le realtà spagnola. E' anche la situazione più direttamente europea: molto attenta a quanto accade nel resto del mondo e al tempo stesso molto complessa e stratificata.
Si tratta di una eterogeneità complessa, a volte conflittuale, ma che ha trovato il modo di funzionare all'interno del movimento. Le realtà organizzate della città trovano nei quartieri il loro centro, tanto che le assemblee di quartiere erano già presemti prima dell'esplosione del 15 maggio.
Il movimento ha potenziato organizzazioni senza diluire la loro identità. Questo può essere un problema (per esempio alcune forme di indipendentismo rischiano di essere un blocco all'esperienza del 15M), ma non necessariamente. Durante i giorni della nostra permanenza è stato occupato un ospedale abbandonato, le persone che lo hanno occupato, legate all'attività ospedaliera, hanno immediatamente impostato il proprio lavoro in modo da non utilizzare le forme di gestione esistenti, ma di andare al di là delle gerarchie classiche. Una forma di riappropriazione che rifiuta la realtà dei tagli, ma senza alcuna nostalgia per i vecchi sistemi, né più né meno quanto abbiamo costruito nelle università italiane lungo questi anni.
L'altro elemento determinante della nostra esperienza a Barcellona è stato toccare con mano la maniera con cui è stata costruita l'operazione del 15M e come si è convogliata la voglia di partecipazione che ha caratterizzato il movimento. Innanzitutto un'attenzione alla partecipazione straordinaria, con piccoli segnali che danno l'idea della ricerca di ottenere un movimento che non escluda nessuno: la registrazione delle assemblee, la redazione di un verbale in tempo reale con tutte le proposte, l'occhio attento alla diretta e alla diffusione delle informazioni. Ma anche un'ottica aperta a tutto ciò che può costituire un freno alla partecipazione. Così, per esempio il nome United for a Global Revolution, proposto come slogan per la manifestazione del 15 ottobre, è stato cambiato in United for a Global Change, in modo da permettere che tutti in tutti i paesi si potesse scendere in piazza il 15 ottobre, anche in quei paesi in cui la parola la parola "Revolution" avrebbe potuto causare forme di repressione.
Sui temi affrontati il dialogo è stato tanto franco quanto assolutamente condiviso. Come dimostrato dal documento finale, l'austerità è unanimemente vista come una misura repressiva che non migliora l'attuale stato delle cose, ma che gioca a favore dei responsabili della crisi: "salviamo le persone, non le banche" è una delle frasi più incisive del documento.
E' ovvio che in questa situazione il ceto politico è inserito nel suo insieme tra i responsabili della crisi, tanto che in nessun intervento si è manifestato una volontà di appoggio alle forme classiche della politica istituzionale: nessun partito, nessuna maggioranza è più in grado di gestire questa situazione.
E' evidente che una soluzione immediata, già pronta non c'è, né può esistere. Se nel diritto alla bancarotta è stato individuato una soluzione che porti all'uscita dalla crisi, una forma di partecipazione democratica che vada oltre le forme della rappresentanza deve essere costruita.
l movimento di Barcellona ci insegna la forza che l'uso della rete può essere funzionale. Non si sta parlando solo di Facebook o Twitter (anche se dalla sala si è alzato un urlo che diceva "italiani fatevi Twitter e farete la rivoluzione"), ma anche altre piattaforme che consentono lo scambio di informazioni e il dibattito. Lo stesso uso dei social network è a tutti gli effetti motivo di dibattito politico, tanto che nei workshop si è tentato di decidere quali potessero essere gli hashtag (le parole chiave usate su Twitter) per diffondere gli slogan della manifestazione del 15 ottobre. Si tratta di una discussione che ha come obiettivo quello di focalizzarsi sui temi fondamentali (austerità, precarietà, conoscenza, educazione, beni comuni...) e di renderli accessibili a tutti.
Da qui nascono le tensioni e le difficoltà, ma anche la sfida, soprattutto per noi italiani, di sforzarsi di elaborare un linguaggio politico il più semplice possibile. E' evidente che la grande frammentazione italiana si basa anche sui continui distinguo che si inseriscono nei dibattiti politici. Ogni discorso per noi contiene una complessità di rimandi difficile da restituire a chi vive all'estero. Il rapporto con il sindacato, il superamento dell'università pubblica e le pratiche di costruzione di una nuova università, sono solo due degli esempi che ci siamo sforzati di argomentare a Barcellona in modo da trovare delle formulazioni accessibili, ma si tratta di uno sforzo che è necessario compiere per costruire un dibattito il più ampio possibile.
Di contro possiamo dire che questa ricerca alla semplicità diventa un'arma a doppio taglio quando si perde la capacità di costruire insieme significati accessibili. La comunicazione messa in piedi dal 15M è una macchina da guerra impressionante, con delle regole di marketing che devono farci riflettere sull'utilizzo dei media. L'uso di questi strumenti non può non essere accompagnato da un pensiero critico: i più grandi regimi repressivi sono sempre stati accompagnati da una propaganda imponente, lo stesso Obama è stato trascinato alla vittoria da un lavoro sul brand. Capire come costruire l'utilizzo di un media è dovere di ogni movimento.
Una nota su un piccolo elemento ma che ci fa capire molte cose: in tre giorni la parola indignad@s non è quasi mai stata pronunciata. Chiunque si riferisce al movimento citando la data della prima manifestazione "15M" o parlando di "acampadas". Il termine è utilizzato per lo più dai giornali o dagli stranieri.
Questo è quanto ci portiamo da Barcellona. E' chiaro che il nostro compito non si estingue con la narrazione di quanto abbiamo vissuto, ma prosegue con la determinazione di iniziare a sperimentare le forme che abbiamo appreso, per costruire insieme a tanti una #globalrevolution.
Link:
Il sito del 15 ottobre: http://15october.net/
Il programma del meeting di Tunisi: http://bartleby.info/content/programma-meeting-internazionale-di-tunisi













