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“Preferirei di no”: questa è la risposta che Bartleby lo scrivano dà al suo principale. Nel racconto di Melville il personaggio del copista rimane irrimediabilmente sconcertante per chi guarda le cose con gli occhiali della “normalità”: eppure, in tutto il racconto è lui il personaggio con il quale ci sentiamo più vicini, per il quale proviamo empatia.

“Preferirei di no”, questa è la prima frase che mi viene da dire al signor Merola, sindaco di Bologna, che non vuole trovare una soluzione per i “cattivi” dello spazio occupato “Bartleby” di Bologna. Non vorrei neanche elencare le numerose ragioni per le quali “preferirei di no”. Mi sembrano talmente visibili, esplicite, come lo erano probabilmente per lo scrivano di Melville; ma forse non tutti le vedono e le percepiscono con la stessa chiarezza, sicuramente non il signor Merola e i suoi sostenitori in Municipio, che trattano la cosa come se fosse una nota in classe, una questione che riguarda ragazzini impertinenti.

Lo spazio occupato di via S. Petronio vecchio si chiama Bartleby, non lotta dura senza paura, spazio senza confini, pugno chiuso, a muso duro. È sempre indicativo la scelta del nome del proprio figlio/a. L'avere scelto il titolo di un racconto capolavoro della letteratura americana denota il carattere assolutamente innovativo culturalmente di questo spazio, che ha connotazioni chiaramente politiche, ma che trova il proprio cuore nel fare culturale. Mi chiedo quanto spende il Comune per promuovere la cultura tra i giovani e giovanissimi, attivare percorsi partecipati, promuovere interessi che esulino dalla devianza e così via. Curioso che uno spazio che impegna giornalmente proprio giovani che fanno da sé tutto questo, senza oneri, utilizzando il proprio tempo in quello che altrove si vuole attivare artificialmente, sia considerato “brutto e cattivo”. Certo, perché va bene fare cultura, ma non bisogna dissentire. Una strana idea di cultura questa, che ricorda altri tempi, che appunto non vede nel dissenso lo spazio fisico necessario alla produzione culturale, ma solo un ostacolo da rimuovere.

Se dunque gli scrivani preferiscono non cooperare con la finanza internazionale, preferiscono non usufruire di una cultura imbavagliata ma farsela da sé, preferiscono non stare a guardare ma fare, se dunque questi giovani scrivani vogliono un altro spazio libero non devono discutere con il Comune, perché nella pagella che il maestro Merola ha redatto dei cattivi ragazzi che occupano senza permesso essi sono inclusi. Ho già sentito questo odore in passato. L'odore di chi la cultura la considera un'ancella del proprio simbolo e che la presenta ufficialmente nelle inaugurazioni galanti, basta che non parli, basta che non abbia opinioni. Chi fa cultura deve essere un “commesso del gruppo dominante”.

Certo, occupare uno spazio abbandonato da tempo, in disuso, in pieno centro, per renderlo di nuovo uno spazio aperto a tutti con concerti, proiezioni, dibattiti è una cosa disdicevole. E se anche sono stati diversi i collettivi che hanno promosso questa disdicevole azione, per la quale è stato necessario impegnare le forze di polizia alle sei della mattina per sgomberare i riottosi spostati a peso mentre cantavano (non si fa, non si fa!), bisognerà trovare un singolo colpevole, che possa espiare e dimostrare con un esempio duro che questo tipo di azioni non sono permesse. Va bene se succedono in altri Paesi, ma a Bologna, no.

Ecco, preferirei di no, signor Merola. Preferirei che lei non desse le pagelle, ma facesse il sindaco. Incontrasse i giovani che occupano, anche se non sono sue fotocopie. Preferirei di no, signor Merola, che non usasse il vecchio metodo del divide et impera, ma quello più nuovo dell'ascolto e della negoziazione.

Preferirei di no, signor Merola, di non dover scrivere queste evidenti banalità per difendere uno spazio libero, aperto, plurale e vivo, nel quale forse dovreste andare più spesso per smettere di parlare dei giovani, ma parlare con alcuni giovani.

Una città non è la somma delle sue botteghe: non sono quelle che compongono la sua fragile anima, ma la qualità e il numero degli spazi liberi, inutili, senza scopo di lucro, in cui le persone si incontrano e vivono un pezzetto di sogno. Preferirei che non chiudeste il Bartleby, signor Merola, anche se tale richiesta le può sembrare surreale, preferisco l'anima.

 

Elettra Stamboulis (per Associazione Mirada - Ravenna)