Scrivo per lo scrivano...
di Antonio Del Vecchio
Ho letto su facebook una nota molto bella e subito dopo l'appello che i Wu Ming hanno scritto in difesa di Bartleby. E anche io ho deciso di prendere carta e penna, o meglio mani e tastiera del computer, per scrivere qualche riga, sperando che altri facciano altrettanto.
Saranno righe di parte – ovviamente – perché l'esperienza di Bartleby l'ho attraversata fin dall'inizio, e perché – pur non facendo parte attiva del collettivo – sono sempre stato un compagno di strada molto partecipe, amico di vecchia o nuova data di molte delle persone che ne fanno parte (che in qualche caso conoscevo da prima e in mille altri ho conosciuto lì). Mille volte mi sono trovato a sostenerne le posizioni in infinite discussioni con chi mi capitava, mille altre volte ho discusso con chi ne fa parte e mille ancora sono stato contagiato dalle loro idee e dal loro modo di fare politica, dunque in qualche modo glielo devo.
Ho letto che, unilateralmente, dopo che l'Università si è lavata le mani del futuro di Bartleby, anche l'amministrazione comunale bolognese vuole chiudere ogni spazio di trattativa, dopo aver deciso – a seguito dell'occupazione dell'ex cinema arcobaleno – che questa esperienza sarebbe troppo impertinente e restia a stare nelle regole per poter permettere qualsiasi dialogo. Bene, io credo che, se questa scelta fosse confermata, denoterebbe un atteggiamento da un lato profondamente miope, dall'altro totalmente autolesionistico. Non riesco a trovare altre parole per definire la posizione di chi crede che, riducendo lo spazio del dissenso o distinguendo tra cosiddetti buoni e cosiddetti cattivi, si possa dare una lezione o estinguere sul nascere un movimento. Quale sarebbe la colpa di Bartleby? Aver fatto parte (e fare ancora parte) di coloro che, all'interno della crisi, cercano di far sentire la propria voce per reclamare maggiore giustizia sociale? Di credere che bisogni impegnarsi in prima persona per creare nuove forme di solidarietà tra coloro che dalla crisi e dai tagli sono colpiti? Di essere stato con chi ha aperto – senza nessun tipo di violenza fisica o di danneggiamento – uno spazio chiuso da anni? di aver vissuto quello spazio, insieme a molte altre realtà e singoli che non possono essere ridotti o ricondotti alla volontà di un solo gruppo? Di essere stato tra coloro che hanno messo la faccia in una serie di riunioni pubbliche? Di essersi fatti sbattere fuori da quel luogo, sempre senza nessuna violenza e con un sorriso beffardo sulle labbra? È per questo che ci si merita la nomea di "cattivi" o intransigenti? Come definire, se non miope, l'atteggiamento di chi non si rende conto che movimenti del genere si stanno producendo ovunque nel mondo? Perché dovremmo considerare un ridicolo mezzuccio la legge che impone al movimento newyorkese di non usare il megafono o di non portare coperte in piazza e non il fatto utilizzare l'«illegalità» di un'occupazione per chiudere ogni trattativa, senza riconoscere che forse anche in Italia qualche problema, per quelli che sono nati dagli anni '80 in poi, ma non solo, esiste?
Probabilmente la vera "colpa" commessa da chi fa parte di Bartleby, è stata di non usare doppiezze nei confronti di tutte quelle persone che, un venerdì sera dopo essere tornate da Roma il 15 ottobre, si erano ritrovate a discutere perché – nonostante fossero rimaste spiazzate da quello che avevano visto prima e dopo piazza San Giovanni – hanno ritenuto comunque che valesse la pena di lottare per le cose in cui credono. Capisco che tutto ciò possa suonare così strano alle orecchie di chi è abituato al fatto che la politica è fatta di tattiche, alleanze e calcoli da apparire o completamente ingenuo (e dunque ispirare la tentazione di cogliere il momento buono e farla finita una volta per tutte con questi giovani scalpitanti) o tanto incomprensibile da dover essere ricondotto a logiche consuete, attribuzioni di responsabilità, ricerca di cattivi maestri, eccetera.
Ma, al di là degli eventi degli ultimi giorni, è miope anche ridurre a questi eventi un'esperienza che è lunga più di due anni e che, fin dal primo giorno nello stabile occupato in via Capo di Lucca (un altro posto bellissimo, che dopo quei giorni è ovviamente rimasto vuoto), ha veramente fatto innovazione artistica e culturale. Mi piace ricordare centinaia di persone assiepate nella mansarda di quel vecchio edificio ascoltare Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, il bellissimo reading di Wu Ming 2 o quello di Emidio Clementi. Erano anni che Bologna si contraddistingueva per una specie di guerra ai giovani ridotti a fenomeno di degrado urbano. In quei giorni fu chiaro che, finalmente, chi aveva iniziato quella guerra l'aveva persa. Adesso è totalmente privo di senso che un'amministrazione vanti come grande risultato di politica culturale il fatto di aver portato in città il concerto estivo di una grande rock band, il cui biglietto costa uno sproposito e che – con molte meno fanfare – suona in altri tre posti in Italia, e al tempo stesso chiuda le porte in faccia a chi, al di là del grande evento, ha sviluppato da anni delle reti tra gente che la cultura si impegna a farla tutti i giorni, su questo territorio e non dall'altra parte della Manica, con tutte le mille difficoltà che un giovane musicista, artista, redattore di una rivista indipendente o disegnatore può avere in questo momento storico. Forse per tutto questo un altro aggettivo, oltre a miope, c'è, ed è "provinciale".
Pensare di far fuori, dopo due anni, un'esperienza del genere è assurdo. E qui veniamo all'autolesionismo. È assurdo e autolesionistico non perché – in fin dei conti – avere della gente che in un momento di crisi tiene in piedi un posto senza trarre nessun tipo di profitto economico, fa comodo per supplire le inevitabili mancanze che l'amministrazione – necessariamente a corto di fondi – si troverà, con buona o cattiva fede, a dover gestire, delegando molto di quello che poteva fare prima alla società. È autolesionistico perché, semplicemente, per moltissime persone la città e il modo di viverla non sono state più la stessa cosa, dopo che un posto come Bartleby ha aperto in centro e in zona universitaria. Per questo sarebbe un'illusione colossale pensare che, fatta eventualmente fuori quell'esperienza, tutto ritornerebbe come prima. O sarebbe stupido pensare di costruire, su un'esperienza come quella di Bartleby, l'immagine stereotipa del "cattivo", sperando così di isolarla dal tessuto cittadino, di smorzare la partecipazione o dirottarla altrove. Semplicemente, se non ci fosse uno spazio del genere, si sentirebbe una mancanza enorme che, prima o poi – e probabilmente più prima che poi – verrebbe ricolmata. Chi ha attraversato Bartleby lo sa e può permettersi di sperare che, ogni tanto, i cattivi veri possano avere la peggio.
Ciò detto, si è evidentemente fatto tardi e quindi a Bartleby ci vado, con l'intenzione di poterlo fare a lungo..













